Custodire

«Giuseppe non temere di prendere con te Maria. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù…».

L’evangelista Matteo presenta Giuseppe come “uomo giusto”. Nella Bibbia, la giustizia, prima di essere una virtù morale, è agire secondo la volontà di Dio. È quello che domandiamo nel Padre nostro: “Sia fatta la tua volontà”. La giustizia di Giuseppe, la sua prontezza nel rispondere al disegno di Dio, è confermata in quella notte nella quale gli fu chiarito il ruolo di custode che avrebbe svolto nei confronti di Maria e di Gesù. La missione di Giuseppe è certamente unica e irripetibile, perché assolutamente unico è Gesù. Custodire gli altri: può essere sintetizzato così l’insegnamento di Giuseppe, che nei vangeli non proferisce neanche una parola, ma che nel silenzio ha avuto il privilegio di custodire Gesù. Custodire gli altri è per Papa Francesco “l’avere cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente; poi, come genitori, si prendono cura dei figli e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto nel bene” (Papa Francesco, Udienza del 20 Marzo 2014).

O Dio, origine e fondamento della comunità domestica,
fa’ che nelle nostre famiglie imitiamo le stesse virtù
e lo stesso amore della santa famiglia di Nazaret
e testimoniamo nella nostra società
la grazia della tua benedizione e della tua presenza. Amen.

Fariseismo

Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere.

Gesù non ha paura di stigmatizzare i comportamenti contrari alla vera fede. I farisei, al suo tempo, erano ammirati per la loro coerenza e la loro devozione: ferventi praticanti della Legge orale, passavano la giornata a seguire oltre seicento precetti e consideravano come peccatori irrimediabilmente persi i popolani che non conoscevano la complessità delle norme. Gesù stigmatizza il loro comportamento e contesta l’abitudine ad imporre agli altri molte regole e annota con un certo sarcasmo il fatto che amino essere ammirati per la loro devozione. Il fariseismo, ahimè, è duro a morire, e riemerge continuamente in ogni esperienza religiosa, anche in quella cristiana. Anche fra i cattolici ci sono quelli che si sentono migliori degli altri, più devoti, più “in regola”, ci sono coloro che impongono agli altri pesanti regole e norme che, invece di avvicinare al Signore, allontanano dal vangelo, e ci sono quelli, anche fra i sacerdoti, che amano girare in ampie vesti e ricevere titoli onorifici… Poche storie; questi atteggiamenti ci allontanano dalla vera fede e vanno visti come pericolose deviazioni del vangelo, che ci piaccia o meno.

Custodisci con continua benevolenza, o Padre, la tua Chiesa
e poiché, a causa della debolezza umana,
non può sostenersi senza di te,
il tuo aiuto la liberi sempre da ogni pericolo
e la guidi alla salvezza eterna. Amen.

La misericordia

Gesù disse ai suoi discepoli: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati».

Nella misericordia abbiamo la prova di come Dio ama. Egli dà tutto se stesso, per sempre, gratuitamente, e senza nulla chiedere in cambio. Viene in nostro aiuto quando lo invochiamo (Papa Francesco, MV, n.14). E non è tutto. In Gesù il Padre si è mostrato veramente Padre, amandoci prima che noi l’amassimo. La misericordia, dunque, non è un semplice attestato di benevolenza, ma il massimo di amore. Ciò che Dio non ha compiuto con la potenza, l’ha compiuto con l’impotenza della sua mano inchiodata alla croce. Nella frase: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” è racchiusa tutta la vita cristiana: misericordia è il nome di Dio; misericordia è il nome dei cristiani. Chi riconosce questo e si lascia perdonare da Dio, è reso capace a sua volta sia di perdonare le offese ricevute, sia di pregare per chi è stato causa di queste offese. Tre verbi ritmano il comportamento nella comunità: non giudicate, non condannate, perdonate. In essa viviamo rapporti nuovi di amore reciproco, che però sempre sono insidiati dal male. Per questo, anche all’interno della comunità, l’amore non perde mai il suo carattere di misericordia. Il nostro dare misericordia è in realtà il nostro ricevere.

Padre misericordioso, perdonami perché in molte occasioni
non ho ascoltato i tuoi insegnamenti e mi sono allontanato da te.
Aiutami a ritrovare la vera gioia, che non viene da me
e che rinasce a vita nuova grazie al tuo perdono. Amen.

Che bello qui!

Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.

Lo stupore di Pietro: Che bello qui! Non andiamo via… ci fa capire la nostra vocazione. Siamo chiamati tutti a trasfigurazione, a ricevere un cuore di luce. “Contemplando il Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine” (2Cor 3,17-18). Contemplare trasforma; tu diventi ciò che guardi con gli occhi del cuore. Pregare ci trasfigura in immagine del Signore. L’entusiasmo di Pietro ci fa capire che la fede per essere forte e viva deve discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un “che bello!” gridato con tutto il cuore.
Perchè io credo? Perché Dio è la cosa più bella che ho incontrato.
“Questi è il Figlio mio. Ascoltatelo”. Il primo passo per essere contagiati dalla bellezza di Dio è l’ascolto, dare un po’ di tempo e un po’ di cuore al suo Vangelo, essere illuminati dal Volto di Cristo e cercare l’essenziale della vita!

Signore, che sei con me e per me
ogni istante della mia vita,
illumina con la tua luce i miei passi
per rispondere ogni giorno con autenticità
a quell’alleanza d’amore che mi salva.
Amen.

Amore impossibile

Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.

Ormai i capi dei Giudei stanno aspettando l’occasione propizia per uccidere Gesù. L’occasione è data dalla resurrezione di Lazzaro. Anche se molti spettatori del miracolo credono in Gesù, i capi del popolo decretano la sua morte, ostinandosi nella loro cecità volontaria. “Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in Lui; verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione”. La soluzione del sommo sacerdote Caifa è cinica. Egli dichiara che è conveniente sacrificare un uomo per evitare la rovina della nazione. Questo popolo che è stato acquistato dal Signore, è la Chiesa, la sposa santa e immacolata di Cristo. La morte di Cristo ha una finalità salvifica perché raduna in unità i dispersi figli di Dio. Il peccato è divisione, la salvezza è vita di unità con Dio e con i fratelli. La morte di Gesù realizza l’oracolo di Ezechiele che prediceva la riunione delle pecore del Signore per formare un solo gregge condotto da un solo pastore.

Mettici in grado, o Signore, di vivere e di crescere
in attiva cooperazione con te e gli uni con gli altri
nel comune intento di costruire una cultura senza violenza,
per un futuro migliore per tutti i tuoi figli. Amen.

Guarire il cuore

Gesù disse ai suoi discepoli: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».

La Parola chiave che ci viene consegnata è “giustizia”, superiore a quella degli scribi e dei farisei, chiede di dare un nuovo orientamento alla vita, estirpando fin dalle radici il male e ciò che può condurre ad esso. Allora cerco di leggere più in profondità e vedo che Gesù porta a compimento la legge lungo la linea del cuore: “Avete inteso che fu detto: Non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello”, cioè chiunque alimenta dentro di sé rabbia e rancori, è già in cuor suo un omicida. Gesù va alla sorgente, al laboratorio dove si forma ciò che poi uscirà all’esterno con parole e gesti. È necessario guarire il cuore per guarire la vita! È un salto di qualità quello che Gesù propone, la svolta fondamentale: passare dalla legge alla persona, dall’esterno all’interno, dalla religione del fare a quella dell’essere. Il ritorno al cuore, là dove nascono i grandi “perché” delle azioni. Siamo chiamati alla fraternità che è un modo di vivere la libertà: amando si diventa più liberi; ecco il senso del comandamento “Non uccidere”!

Signore, rivestimi di sentimenti buoni verso i miei fratelli
e allarga l’orizzonte dei miei pensieri e delle mie azioni,
perché né invidia né gelosia
possano dominare il mio cuore
e contaminare i miei affetti.
Amen.

Fidarsi

Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!»

Scriveva il teologo protestante D. Bonhoeffer: Dio è Padre non perché esaudisce tutti i nostri desideri ma perché mantiene le sue promesse. L’accento della parabola non è posto sulla perseveranza nel chiedere quanto sulla bontà e la tenerezza del Padre dei cieli. Dio ci ascolta sempre e ci ascolta con gioia, anche se, come la gente di allora, anche noi siamo un po’ dubbiosi: il mito dell’uomo che non deve chiedere mai si scontra con la nostra natura umana fragile e limitata che ha paura di ammettere di non farcela da sola. Chiediamo al Signore che ci doni questa umiltà nel riconoscerci suoi figli bisognosi di aiuto; ci aiuti ad ascoltare l’appello accorato di Gesù: Abbiate fiducia, non disperate, e vedrete che vi sarà dato, busserete e vi sarà aperto. Magari non nel modo che ci aspettavamo. Magari non nel modo che volevamo. Ma saranno sempre e comunque risposte di bene di un Padre verso i propri figli, perché egli è fedele alle sue promesse.

Signore, fa’ che ogni volta che ti preghiamo
come tuo Figlio ci ha insegnato,
siamo consapevoli di chiederti questo: sia fatta la tua volontà.
Amen.

Segni di Dio

Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona.

Quanto è dura quest’affermazione di Gesù sulla folla accorsa, sulla generazione a Lui contemporanea definendola perversa, perché non vuole riconoscere nella sua persona i segni evidenti dell’azione di Dio. L’affermazione di Gesù risuona ancora oggi, tanto da farci chiedere se anche noi siamo generazione malvagia perché è difficile non chiedere un segno, una dimostrazione a chi ti chiede di amare fedelmente senza limiti né di tempo né di stagione, a chi ti chiede di perdonare, di non far del male a nessuno, di porgere l’altra guancia! Il segno alla fine Gesù l’ha dato ed è visibile ancora oggi: la sua morte da innocente sulla croce. Quei tre giorni che aprono alla risurrezione, alla vita non tolta ma trasformata, sono segno di colui che è più di Giona e di Salomone! Riuscire a riconoscere in Lui l’unico Salvatore, che ci farà vivere oltre la nostra umanità richiede ben più di un segno. E ancor più, andare oltre l’esigenza di avere un segno, un miracolo, è da santi. Chiediamo allora il coraggio di metterci sul sentiero della santità. E lungo questo cammino spesso in salita ci faccia compagnia la sua Parola, e sulla sua parola troveremo il coraggio di non chiedere segni, ma di diventare noi stessi annunciatori e testimoni della sua presenza tra noi!

O Signore, fammi accettare le mie sconfitte,
così che possa prendere la forza per riscattarmi.
Ungi le mie ferite, guariscile con la potenza del tuo amore.
Amen.

Padre nostro

Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.

Quante parole diciamo ogni giorno? Quante per raccontare, ordinare, chiedere; quante volte con affetto alle persone care e quante invece per mettere a tacere quelle più moleste? Eppure di tutte queste parole, poche hanno la forza di quelle che Gesù insegna ai suoi discepoli per imparare loro a pregare nel modo giusto. Sono parole essenziali: a partire dalla prima, Padre, dicono già un tono, una relazione, una profondità che, ai discepoli come a noi oggi, appare inedita. Gesù ci insegna a chiamare Dio con il nome di Padre. Cambia l’immagine e l’immaginario che abbiamo di Dio. Sono parole che dicono tutto ciò che l’uomo può dire davanti a Dio, perché non serve dire altro. Dalla relazione custodita del nome di Dio “Padre”, derivano le domande più vere per la nostra vita, ciò che Dio vuole e può fare per noi e ciò di cui abbiamo bisogno: la santità del suo nome e il suo regno “già” venuto e sempre veniente, il pane per nutrirci e condividere, il perdono per amare nella verità e la fiducia di essere sostenuti nella tentazione. “Il Padre nostro è la preghiera per eccellenza! Gesù non lascia i suoi discepoli nell’incertezza: con questa preghiera egli li conduce alla perfetta chiarezza del pregare” (D. Bonhoeffer).

Preghiamo il Padre nostro, fermandoci, come indicava sant’Ignazio, a ogni parola. E rimaniamo a meditare fino a quando possiamo.

Sporcare le mani

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio…».

Il vangelo ci presenta una scena dove è rivelata, più che la sentenza ultima, la verità ultima sull’uomo e cosa resta della vita quando non resta più niente. Resta l’amore del prossimo. “Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere e tu mi hai aiutato”. Sei passi di un percorso dove la sostanza della vita è sostanza di carità. “Tutto quello che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me!” Il povero è come Dio! Carne di Dio sono i poveri, i loro occhi sono gli occhi di Dio, la loro fame è la fame di Dio. Se un uomo sta male anche lui sta male. Nella seconda parte del racconto ci sono quelli mandati via, perché condannati: “Via da me… perchè ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare”. Qual è la loro colpa? Il loro peccato è non avere fatto niente di bene. Non sono stati cattivi o violenti, non hanno aggiunto male su male, non hanno odiato: semplicemente non hanno fatto nulla per i piccoli della terra: indifferenti!

Donami, Signore, il coraggio di cercare la tua volontà
e di sapermi “sporcare le mani”
nel mio cammino di conversione a te.
Fammi comprendere che seguirti
è stare al servizio di coloro che sono più bisognosi. Amen.