Lui guarisce

Gesù disse al funzionario del re: “Va’, tuo figlio vive”. Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: “Tuo figlio vive!”. (cfr Gv 4,43-54)

Abbiamo urgente bisogno che il Signore scenda nella nostra casa, che visiti le nostre povere vite. La morte spesso, troppo spesso, attanaglia la nostra quotidianità e il mondo in cui ci troviamo a vivere. Morte nei gesti, nelle parole, nei giudizi taglienti, negli eventi spesso negativi della nostra vita. Morte che fuggiamo e che, pure, ritroviamo dietro ogni angolo. Morte fisica, certo. Ma, soprattutto, morte interiore, distruzione e violenza. Gesù, libero, datore di vita, ci invita a non demordere, a non avere paura, a credere, a insistere. Per strada, cioè solo se seguiamo il percorso del discepolato, veniamo guariti, torniamo a vivere, ripercorriamo il sentiero che ci porta verso la comprensione della vita. Animo, cercatori di Dio!, il cammino della quaresima continua verso l’orizzonte pasquale. Le esperienze di fragilità e di morte hanno il tempo contato. Gesù stesso, colui che ridona la vista ai ciechi, ci restituisce la luce interiore per vedere e capire che nessun ostacolo ci può tenere lontano da lui. Il vincitore di ogni morte e il guaritore da ogni ferita.

Signore misericordioso,
medico dei nostri cuori e delle nostre menti,
aiutaci ad accogliere il tuo amore per noi,
che dilata il nostro sguardo
verso tutti coloro che incontriamo.

Illuminati da Gesù

Gesù sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. (cfr Gv 9,1-41)

Gesù sta uscendo dal tempio e vede un uomo cieco dalla nascita, un disabile che, per legge, non può entrarvi. Vede l’invisibile. E si ferma, senza essere chiamato, senza essere pregato. Ecco il mio Gesù: è Dio che si sporca le mani con l’uomo, ed è al tempo stesso un uomo che viene contaminato di cielo, contagiato di luce. Vai a lavarti alla piscina di Siloe… Il cieco si affida al suo bastone e alla parola di uno sconosciuto. Si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo buio intorno. Andò alla piscina e tornò che ci vedeva. Non si appoggia più al suo bastone; non siederà più a terra a invocare pietà, ma ritto in piedi cammina con la faccia nel sole, finalmente libero. Finalmente uomo nuovo. Infatti la gente ora non lo riconosce più. È lui, dicono alcuni. No, non è lui. E accade così davvero: uno incontra il Signore e cambia dentro. Si aprono finestre di luce.

Signore Gesù,
memori della candela accesa
ricevuta il giorno del battesimo,
insegnaci, attraverso la tua luce,
a saper dire “Io credo Signore”
e a saperlo testimoniare
nella nostra vita,
per essere noi stessi
luce per gli altri.

Mendicanti d’amore

Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano…”. (cfr Lc 18,9-14)

Il fariseo della parabola di oggi non dice il falso quando si vanta davanti a Dio delle sue buone azioni. Davvero è un fedele devoto e si sforza con tutti i suoi mezzi di non trasgredire neppure uno iota della Legge. D’altronde il pubblicano che si ferma in fondo alla sinagoga è veramente uno che sbaglia. Troppo spesso i pubblicani, che avevano appaltato la riscossione delle tasse dall’Impero Romano, esercitavano questa funzione con prepotenza e violenza. Gesù non loda il pubblicano a scapito del fariseo, semplicemente constata che Dio non può entrare nel cuore del fariseo perché colmo del suo ego spirituale ipertrofico. Ed è un rischio che corriamo proprio noi discepoli che già abbiamo accolto il messaggio del Signore Gesù. Il rischio, cioè, di essere talmente concentrati sulla nostra immagine spirituale da non sentire più l’abisso del nostro cuore che anela ad essere colmato dalla presenza di Dio. Corriamo il rischio di diventare dei professionisti del Sacro, degli abitudinari della fede invece di lasciare spazio allo stupore. E lo stupore nasce sempre da un’assenza, da un bisogno, dalla consapevolezza che siamo mendicanti. Cosa che ben capisce il pubblicano.

Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia;
nella tua grande bontà cancella il mio peccato.
Lavami da tutte le mie colpe,
mondami dal mio peccato.

Amore concreto

Si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è…”. (cfr Mc 12,28-34)

Non sei lontano dal regno di Dio dice Gesù. Per forza nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo! Lo scriba pensa di intrattenersi con Gesù su un tema molto dibattuto dai rabbini del suo tempo: quale dei 613 precetti della Legge fosse il più importante. Ma Gesù sa che, nonostante le migliori intenzioni, quello dello scriba è solo un esercizio intellettuale. Certo è sulla buona strada perché ha dato una risposta in cui il Maestro si identifica, contrariamente ai farisei i quali affermavano che tutti i precetti erano da osservare come se fossero il primo. Ma, questo è il problema, lo scriba ha passato la sua vita a studiare la legge. Ora deve imparare a viverla. E l’unico che glielo può insegnare e lì, davanti a lui. Spesso, troppo spesso, anche noi discepoli siamo molto preparati nella teoria e molto carenti nel mettere in pratica le parole del maestro Gesù. Sapere è solo un punto di partenza, solo il primo passo verso la comprensione piena del mistero di Dio. Ma restiamo lontani, e tanto!, se la conoscenza non si traduce in azione quotidiana. Questa quaresima ci aiuti a rendere concreto l’amore di cui parliamo.

Tu, Signore, ci vieni incontro con il tuo amore
dal primo istante della nostra esistenza,dono d’amore,
e il nostro può essere solo una risposta al tuo.
Ti preghiamo: unifica la nostra vita
nella risposta a questo grande dono
che la illumina.

Dalla nostra

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate”. (cfr Lc 11,14-23)

Si parla poco e male del demonio. In questi nostri tempi confusi abbiamo abbandonato l’approccio misurato e prudente della scrittura per fare spazio ad una visione ossessiva e squilibrata del male. Esiste il demonio, certo, e Gesù ne è ben consapevole. Ma non è quell’eroe tragico e interessante che ci viene presentato da una letteratura e una cinematografia scadente. Il demonio è colui che divide e che ci inganna, che ci fa credere che Dio è un concorrente, non un alleato. Gesù viene accusato di compiere miracoli mediante un potere oscuro. Davanti a questa accusa così risibile, trova la forza di argomentare: per quale misteriosa ragione il demonio dovrebbe liberare gli indemoniati? La lezione che ci giunge da questa pagina è che dobbiamo vegliare su noi stessi: non è necessario essere indemoniati per allontanarsi da Dio! Lasciamo il demonio e le tentazioni ai santi, siamo capaci da soli a rovinare la nostra vita interiore… Ma, se vogliamo, abbiamo un uomo forte che vigila alle porte del nostro cuore e della nostra coscienza: il signore Gesù che ha definitivamente sconfitto l’avversario. In lui confidiamo.

Signore, come un Padre provvidente
tu sei sempre accanto a me;
le tue mani sono sempre pronte a rialzarmi dalle cadute.
Ti prego, un solo tuo dito mi basta
per sentirmi sostenuto
e ricominciare a camminare con te.

L’essenziale

Gesù disse ai suoi discepoli: “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento”. (cfr Mt 5,17-19)

Matteo è un ebreo e scrive il suo Vangelo per una comunità di ebrei che hanno seguito il maestro Gesù ma che ancora sentono di appartenere profondamente al popolo ebraico. Quando Gesù raccomanda di non trasgredire nessuna prescrizione della Legge si avverte la preoccupazione di Matteo che intravvede il rischio di rappresentare Gesù come un rottamatore, un anarchico che si contrappone all’esperienza di Israele. Non è così. Gesù, come dice espressamente, è venuto per portare a compimento o, meglio, per riportare all’origine, l’alleanza tra Dio e il suo popolo. Patto che, come spesso accade a noi uomini, è stato stravolto aggiungendo alle poche e chiare indicazioni di Dio una selva infinita di prescrizioni e norme derivanti dalla tradizione umana. Norme che Gesù contesterà pubblicamente nel durissimo discorso della montagna in cui difende a spada tratta l’intuizione originale di quelle parole. Anche noi oggi rischiamo, talvolta, di sovrapporre alla parola semplice e luminosa del Vangelo 1000 complicazioni, 1000 sfumature, 1000 precetti… Torniamo all’essenziale, allora: questa Quaresima ci riporti al cuore dell’annuncio.

Signore Padre, con il dono della fede
abbiamo ricevuto la tua Parola,
con la quale tu hai creato il mondo.
Tua Parola è anche il tuo Figlio diletto,
il tuo Verbo che hai donato al mondo.
Donaci di amarne ogni lettera, ogni segno,
e di testimoniarla con coraggio e onestà.

Quante volte?

Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». (cfr Mt 18,21-35)

Pietro immaginava di fare una gran bella figura proponendosi di perdonare fino a sette volte. Mettetevi nei suoi panni: immaginate che qualcuno sparli di voi e, pentito, venga a chiedervi scusa. Ovviamente lo perdonate… ma se subito dopo torna a sparlare di voi che fate? Appunto… Essere disposti a perdonare fino a sette volte è un grande gesto di generosità. Ma Gesù rilancia: occorre perdonare sempre. Come è possibile? La parabola ci aiuta a capire questa esigenza così estrema. Possiamo perdonare sempre perché a noi Dio perdona sempre. Come al servo malvagio della parabola, anche a noi il padrone condona un debito enorme. Perciò cambiati, convertiti, stupiti da tanta generosità, diventiamo capaci di perdonare qualunque torto. Come una fontana che viene riempita dall’acqua di sorgente e, quando è colma, lascia fluire l’acqua nel ruscello, anche noi possiamo perdonare e amare perché perdonati e amati. Se fatichiamo a perdonare qualcuno che ci ha fatto del male, possiamo riflettere di fronte a Dio, chiedendogli di aiutarci a capire la logica del perdono che cambia. Che cambia noi prima degli altri.

O Signore, Padre misericordioso,
infinito amore e infinità bontà,
ti rendo grazie perché per il tuo dono sono stato perdonato
per tuo dono ho imparato a perdonare
per tuo dono ho ricevuto la gioia del perdono.

Occhi nuovi

In quel tempo, giunto Gesù a Nazaret, disse al popolo radunato nella sinagoga: “In verità vi dico: nessun profeta è bene accetto in patria”. (cfr Lc 4,24-30)

Gesù si mette in cammino passando in mezzo a loro. Non ha paura della reazione irritata dei suoi concittadini. Ha detto la verità: molto spesso non siamo capaci di guardare con occhi nuovi chi ci sta intorno, chi pensiamo di conoscere. Ma questa verità è insopportabile anche se suffragata da esempi concreti presi dalla storia di Israele. Purtroppo ci si abitua alla salvezza, si pensa di essere immuni dalla conversione che, anche noi oggi, crediamo riguardi sempre e solo gli altri. Gesù, però, non teme la reazione dura dei suoi familiari ma, con decisione, continua il suo cammino. Può succedere anche a noi di trovare incomprensioni e derisione dalle persone che non capiscono le nostre scelte di fede. Non siamo soli, ma se è la fede a procurarci incomprensione e non il nostro brutto carattere, siamo nella linea che ha voluto il maestro. Come lui impariamo a tirare diritto, a passare in mezzo alle critiche e alle incomprensioni che ci giungono, talvolta, anche dai compagni di fede, e proseguiamo sulla strada del discepolato senza paura, senza tentennamenti. E noi per primi impariamo a riconoscere la profezia intorno a noi!

Signore Gesù,
portaci fuori dai confini ristretti
della nostra presunzione ed esclusione dell’altro.
Portaci con te su sentieri di condivisione
del tuo amore incontro a tutti.

Vita nuova

Gesù risponde alla samaritana: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». (cfr Gv 4,5-42)

Quando parla con le donne Gesù va dritto al cuore, conosce il loro linguaggio, infatti le dice: Vai a chiamare tuo marito, chiama colui che ami.
Va diritto al centro. Perché su questo, sul dare e ricevere amore, si pesa la beatitudine della vita. “Non ho marito”. E qui appare il messia di suprema delicatezza, che trova verità e bene anche in quella vita accidentata, fra storie andate in frantumi. Vede la sincerità del cuore ed è su questo frammento d’oro che si appoggia il resto del dialogo. Si interessa del passato solo per dirle, per due volte: Sei sincera, bene. Non ci sono rimproveri, giudizi o critiche, neppure consigli, tipo “vai prima a sistemare la situazione e poi torna qui”. La domanda che il Maestro rivolge a tutti non è mai: Da dove vieni, o: Che cosa hai fatto? Ma sempre: Verso dove sei diretto? Non il passato è la terra di Dio, ma il futuro.

Signore Gesù, nell’acqua del battesimo
siamo rinati a vita nuova.
Tu sai cosa abita il nostro cuore…
Aiutaci a saper dire “Signore, dammi di quest’acqua”
certo che tu sei il dono di Dio per noi
e che ti possiamo riconoscere in ogni momento
nei vari ambienti della nostra vita.

Il vero volto di dio

Gesù disse ai farisei questa parabola: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta…”. (cfr Lc 15,1-3.11-32)

Eccolo, allora, il vero volto di Dio. Il volto che siamo chiamati a riscoprire durante questa Quaresima. Il volto della misericordia, della compassione, non il volto feroce corrucciato di chi cerca vendetta. La parabola dei due figli, insieme a quella della moneta perduta e della pecora smarrita, si trova al centro della riflessione dell’evangelista Luca. È il cuore del suo Vangelo, La rivelazione definitiva di un Dio che è lontano anni luce da quella brutta immagine che spesso ne abbiamo fatto. Anche noi cattolici. Dio, dice Gesù, è un padre che lascia liberi, anche di sbagliare. È un padre che spiega le sue ragioni per cambiare l’atteggiamento giusto ma piccino del fratello maggiore. Un padre che guarda lontano, sperando di veder ritornare il figlio che gli ha augurato la morte chiedendogli l’eredità che non gli spetta. Questo è il nostro Dio, un Dio così adulto da correre il rischio educativo di perderci. Un Dio così umile da voler spiegare le proprie ragioni al fratello maggiore che di lui ha una visione meschina e lontana dalla realtà. Apriamoci allo stupore, ancora una volta: questo è il nostro Dio!

Grazie, Signore, perché tu mi accogli sempre!
Quante volte, lontano da te, mi sono sentito uno straccio,
ma mi è bastato alzare lo sguardo
e incontrare il tuo corpo crocifisso
per ritrovare fiducia in me stesso
e coraggio per ricominciare.